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P. Ronny Alessio SJ

P. Ronny Alessio SJ

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Ronny Alessio SJ

 

Il Regno come bussola

Sono entrato in Noviziato il 17 novembre del 2002, giorno di Santa Elisabetta d’Ungheria, all’età di 28 anni.
Avevo smesso il mio lavoro come ingegnere a Lonigo solo i primi di novembre. Quella mattina partii dal mio paese, Romano D’Ezzelino, con mia mamma e mio fratello Walter. In quel periodo, il clima in famiglia era difficile, i miei genitori avevano preso male la mia decisione di entrare in Compagnia. Del resto non avevo mai raccontato loro del mio cammino di fede che era iniziato in modo più esplicito già nel 1993. A quei tempi ero un animatore dell’Azione Cattolica. Con noi c’era un vice parroco che ci stimolava a riflettere sul Vangelo e sulla sua efficacia nella vita di ognuno. Un’estate ci portò a Barbiana, nel Mugello, per conoscere la figura di don Lorenzo Milani. Arrivai a questa esperienza totalmente impreparato. Avevo appena conseguito la maturità all’Istituto professionale, ero un tornitore e fresatore pronto per entrare nel mondo dell’azienda. Con gli amici del paese, trascorremmo il tempo lavorando, sistemando l’ex canonica e incontrando gli ex studenti di Milani. Cominciai a leggere le lettere di don Lorenzo che mi presero molto. In quella ex canonica vedevo qualcosa di “magico”, sentivo in quelle pagine una potenzialità e una libertà mai sperimentata. Fu su quelle colline che per la prima volta pensai e poi decisi di proseguire gli studi per cercare degli strumenti per me e per gli altri. Non fu facile studiare ingegneria come del resto non fu facile studiare filosofia e greco da gesuita. Due esperienze diverse eppure per me molto simili, accomunate dal fatto che sono maturate entrambe nella città di Padova. Ai tempi di ingegneria, tre furono le cose che principalmente mi aiutarono a crescere. La prima fu la permanenza al collegio “don Nicola Mazza”, dove cominciai ad affacciarmi verso un mondo più ampio, fatto di futuri medici, filosofi, avvocati … ma anche di persone provenienti dal Brasile, dalla Georgia, dall’Africa. Erano gli anni ’90, i primi albanesi arrivavano in Italia con mezzi di fortuna per studiare. Mi appassionai delle tante storie con cui entravo in contatto e cominciai a sognarmi in un mondo più ampio. Tutto questo mi spinse a leggere e a studiare di più, tanto che diventai miope: è proprio vero che lo spirito è pronto ma la carne è debole! La seconda esperienza che mi aiutò molto fu un’opera che accoglieva ragazze adolescenti da famiglie difficili. Un’opera dove lavoravano le suore elisabettine, le stesse dell’asilo che ho frequentato da piccolo e a cui devo molto. Lì cominciò a prendere forma quel sogno abbozzato ai tempi di Barbiana: vivere nel quotidiano la concretezza del Vangelo. Fu così che mi accorsi che mi mancava qualcosa. Una suora elisabettina mi suggerì di farmi accompagnare da una guida spirituale e mi indirizzò verso padre Saggin. La terza dimensione che mi aiutò fu proprio questo primo tempo esplicito di discernimento. Ritornando poi a Padova per gli studi di filosofia, avrei ritrovato quel clima e quella passione dei tempi di ingegneria, meglio orientati dalla paziente attenzione di P. Secondo Bongiovanni. Malgrado l’aridità che a volte colpisce chi sta sui libri, la filosofia mi ha dato la possibilità di approfondire le domande che caratterizzano l’esistenza umana. Come per ingegneria, anche durante gli studi filosofici, i migliori stimoli in questa ricerca mi vennero dagli amici, che in Compagnia sono soprattutto i confratelli, un gruppo di compagni molto “grintosi” e  “fantasiosi”, a volte “spigolosi” perché troppo schietti, ma capaci di quelle attenzioni che fanno crescere. Se l’amicizia e gli studi di filosofia mi aiutarono ad approfondire la conoscenza dell’umano, fu però il corso estivo di inglese in California a farmi fare un salto nel mio modo di pregare e di agire. In quel mondo così diverso dal mio, misi a fuoco una caratteristica del mio desiderio spirituale, quella di cercare come il Regno di Dio è già operante nei vari luoghi in cui arrivo. Mi ricordo che, ad esempio, quando finii ingegneria, per terminare il mio discernimento diedi un taglio a molte cose che fino ad allora mi avevano sostenuto. Volevo capire se diventare sacerdote era la mia vocazione oppure no. Lasciai Padova, l’Opera Casa Famiglia e padre Saggin. Mi misi a lavorare a Lonigo per due anni facendomi accompagnare da padre Tata. Malgrado le relazioni fossero guidate da dinamiche aziendali, anche a Lonigo conobbi persone capaci di vera e gratuita amicizia. Fu la stessa esperienza che vissi in magistero. a Scutari, già gesuita. Anche lì trovai qualcosa di inaspettato, una vera e propria scuola degli affetti, dei veri compagni di strada con cui confrontarmi e crescere. Mettere in discussione i miei punti di vista e poter scoprire nuovamente il Regno di Dio operante è ciò che guida il mio modo di discernere. Un giorno, nel tempo del discernimento, andando per l’ennesima volta al Centro Giovanile di Padova, trovai di fronte alla cappella del Centro una fotocopia di una lettera del P. Arrupe. In quella lettera, il P. Generale metteva duramente in discussione la Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere. Quelle parole mi diedero una profonda consolazione, giacché anch’io credevo di essere arrivato alla meta, come ingegnere e come uomo, ma mi stavo mettendo in discussione perché sentivo che quella meta non era fedele allo Spirito che mi stava guidando; e mi dissi che siccome anche la Compagnia si stava mettendo in discussione, tanto valeva farlo insieme, e di fatto… Quel 17 novembre del 2002, quando entrai in noviziato, fu il viaggio più lungo della mia vita, con mia mamma e mio fratello che volevano fermarsi a ogni distributore per vedere se cambiavo idea. Come la tartaruga quando tira fuori la testa dal guscio, anch’io in quel viaggio ho cercato di fidarmi. E continuando il cammino come gesuita ho continuato ad affidarmi.

Affidarmi per me era andare lontano, conoscere culture diverse per mettere in discussione i miei schemi, era un affidamento condizionato, un affidamento che significava esperienze diverse da quelle vissute fino a quel punto. Per questo rimasi di “sasso” quando, stando in Spagna a Madrid, sul punto di terminare i miei studi di Teologia, il provinciale mi chiese di seguire un progetto a Padova prendendo la licenza in Liturgia, per poi essere destinato in Albania, però facendo un periodo di studi di almeno 3 anni. Studi e Padova, erano tutto fuorché “diversità”. Mi trovai a Padova, in un progetto, che poi terminò prima del mio arrivo, a studiare Liturgia e soprattutto antropologia culturale, e in un corso a Piacenza per la gestione dei gruppi di lavoro e dei conflitti. In realtà rimasi per due anni, per una serie di urgenze, e furono due anni speciali perché lo studio fu la mia risorsa: era la prima volta! Conobbi persone nuove e discipline nuove, una nuova visione del mondo. Cambiò anche la mia esperienza di affidamento, meno condizionato (spero). Dovevo arrivare in Albania 2014 per poi fare il direttore della Scuola verso il 2017…ma… Nel 2014 iniziai a fare il direttore, senza sapere la lingua e senza aver mai lavorato in un ufficio scolastico…e ora, che siamo nel 2017, scrivo dal mio ufficio. Il lavoro è intenso e l’esperienza davvero profonda, le cose stanno andando bene, avvolte con un pò di mal di testa e di disperazione, per un paese Bello, per una cultura che ha in sé una fede profonda, ma anche un paese così diverso dal mio modo di procedere: Il Signore mi ha ascoltato! Me lo conferma un fatto, che quando sono disperato, arriva in un ufficio uno studente o una studentessa, o un povero, o un insegnante e mi portano un pò di luce: la buona Notizia. Ho così con un’idea fissa: se il futuro sarà in mano a questi giovani sarà un mondo in pace e felice.

 

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